Dingbats come webfonts
Dingbats, o come si vogliono chiamare adesso: pictograms, icon fonts.
Forse per togliergli quell’alone di unto che da sempre si portano dietro in qualità di barbatrucchi per grafici mediocri. Questo punto interrogativo qui a sinistra è un dingbat (ma è un’immagine e non un testo, il grafico mediocre ha la coscienza a posto).

immagine da Pictos.cc
Utilizzare dei dingbats in forma di webfonts (per ottenerne delle simil-icone vettoriali) può sembrare il massimo: è imageless, hai dei pittogrammi perfettamente scalabili (wow, responsive), puoi controllarli via CSS (dimensione, colore, opacità) evitando di caricare una miriade di piccoli file sul server, risparmiando banda. Icon Fonts are Awesome.
Sembra tutto molto vantaggioso, forse in una webapp è anche giustificabile, ma semanticamente è un orrore (immaginate una A che viene visualizzata come una casetta o una stellina o un uccellino twittante) e come usabilità è improponibile.
Dell’usabilità ce ne freghiamo un poco tutti, mettiamo avanti la resa estetica perchè nell’immediato è più gratificante. Siamo tutti discretamente vedenti, discretamente udenti.
Andrebbe invece pensata, l’usabilità, senza scinderla dal concetto di accessibilità. Non occorre essere zeloti della semantica nella struttura e nel markup di una pagina, basta immaginare Siri che vi legge un testo da una pagina web mentre, vedenti e udenti, fate jogging. Pensate a quella A in forma di uccellino. Siri leggerà: mandami una reply via A. È così con ogni screenreader.
Su Twitter mi segnalano sul tema anche questo articolo, che poneva il problema già un anno e mezzo fa: Dingbat Webfonts: Great potential, but we see (and hear) accessibility issues | Filament Group, Inc., Boston, MA.
Azz, fa lo stesso esempio della A. Giuro, non ho copiato :))